MARIA
È il titolo di uno dei progetti che ha vinto il World Press Photo 2025: la storia intima e universale di una collaboratrice domestica migrante in Portogallo
Ciao!
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Nelle puntate precedenti: consigli culturali non richiesti e un invito a leggere insieme.
In questa: una vittoria singolare, che aspetto di raccontare da quando a fine dello scorso anno ho visto la mostra World Press Photo 2025 a Barcellona.
Iniziamo!
Il salotto è buio, l’unica luce della stanza arriva in diagonale, forse da una finestra, e illumina una donna, stanchissima.
Sappiamo che è stanchissima dal suo corpo: occhi chiusi, testa inclinata sul braccio destro, braccio appoggiato sul bordo di un divano.
“Questa fotografia è particolarmente significativa per me perché, a parte alcuni momenti del suo tragitto sui mezzi pubblici, da casa al lavoro, dalla periferia al centro, è stata l’unica volta in cui ho visto Ana Maria fermarsi qualche secondo per la stanchezza”, ha raccontato la fotografa Maria Abranches in un’intervista.
Pochi minuti prima dello scatto, Ana Maria Jeremias aveva aiutato una delle donne di cui si prende cura ad alzarsi dopo essere caduta in casa.
“Maria” non è solo il nome che unisce le due, soggetta e fotografa. È uno dei nomi più comuni in Portogallo, dove vivono entrambe. È il soprannome che, sempre in Portogallo, viene dato alle collaboratrici domestiche.
Ed è anche il nome del progetto fotografico che, nel 2025, ha vinto il World Press Photo, il più prestigioso concorso di fotogiornalismo al mondo, nella categoria Photo Storytelling (Europe).

Ci sono tre cose che, dal mio punto di vista, rendono questa vittoria speciale.
La prima è che Maria Abranches non nasce come fotografa, ma come architetta. Si laurea in architettura e lavora nel settore per diversi anni, per poi ricominciare da capo.
Studia fotografia analogica, fa uno stage come fotogiornalista al quotidiano portoghese Público e poi diventa freelance.
La seconda è che è una fotografa precaria (e lo dice). Collabora con grandi testate (come Reuters e The Guardian), ma in un’intervista ha definito il fotogiornalismo e la fotografia documentaristica “lavori che faccio per passione”. “Devo farne altri per mantenermi”, ha specificato.
Il terzo è che, di fronte a migliaia di immagini, composizioni incredibili, fotografie che raccontano guerre, proteste, migrazioni, temi da prima pagina, insomma, il giurato abbia deciso di premiare un progetto che racconta una storia che in prima pagina non finisce mai.
Ovvero, la storia intima, ma universale, di una donna migrante, che è arrivata in Portogallo con l’inganno e che da anni si prende cura delle persone di questo Paese.
Per spiegare com’è arrivata a questa storia, Abranches ricorda la sua esperienza sul set del film Pele Escura, diretto nel 2021 da Graça Castanheira, da cui è nato il progetto Trançar o Mundo (Intrecciare il mondo), un’esplorazione visiva dei capelli afro e del loro simbolismo culturale, creata in collaborazione con parrucchieri di origine africana.
Tra le sue ispirazioni, Abranches cita anche la scrittrice e attivista decoloniale François Vergès, che in uno dei suoi libri si chiede: chi pulisce il mondo? E perché questo lavoro ha una dimensione razziale e di genere?
Da lì nasce MARIA, che il sito del World Press Photo racconta così:
La vita di Ana Maria Jeremias come assistente familiare e collaboratrice domestica in Portogallo rispecchia l’esperienza di innumerevoli donne in tutta Europa, donne che danno un contributo fondamentale alla vita delle persone e alle economie nazionali.
Dopo essere stata convinta da una famiglia portoghese a lasciare l’Angola quando aveva nove anni per studiare in Portogallo, Ana Maria è stata costretta ad adottare un nuovo nome, una nuova data di nascita e a lavorare come collaboratrice domestica. Da allora ha trascorso più di quattro decenni lavorando nelle case di altre persone. Citando le sue parole, “ha passato la vita a pulire”.
In Angola, Ana Maria si chiamava Utima, una parola della lingua umbundu che significa “cuore”. All’età di 21 anni, Ana Maria è riuscita a liberarsi dalla famiglia che l’aveva portata in Portogallo, che la maltrattava e la discriminava. Alla fine è riuscita a comprarsi una casa tutta sua a Rio de Mouro, un quartiere alla periferia di Lisbona, da dove si va al lavoro ogni giorno.
La natura del lavoro informale rende difficile avere dati precisi sul fenomeno, ma uno studio di Eurofound riporta che nel 2010 c’erano 144.000 collaboratori e collaboratrici domestiche, di cui il 98,3% donne. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel 2020 le persone migranti in Portogallo ricevevano uno stipendio inferiore di quasi il 29% rispetto a chi ha la cittadinanza portoghese.
(Sul profilo Instagram della fotografa trovi molti post dedicati a MARIA e le relative didascalie, in inglese).
La fotografa Maria Abranches ha seguito gli spostamenti di Ana Maria/Utima tutti i giorni per quattro mesi, dall’alba fino a sera. Le due si erano conosciute quando Abranches era piccola e la donna lavorava a casa di un’amica della fotografa, Madalena.
Il suo obiettivo è che MARIA diventi “il punto di partenza per il dibattito sulla riparazione storica”, che sarebbe fondamentale per cambiare le strutture sociali in Portogallo.
Inoltre, il progetto è “un tributo alla presenza secolare africana in Portogallo, che è stata determinante per costruire l’identità portoghese”, ha affermato in un’intervista.
“Questo è il mio obiettivo principale, oltre a rendere omaggio a tutte le donne che, come Ana Maria, dedicano la loro vita a costruire il mondo e a permettere alle persone e alle istituzioni di andare avanti con le loro vite e le loro attività”.
Per approfondire:
Un anno fa su Ibérica raccontavo la storia di “altre” Marie. Tre, per la precisione:
Un’inchiesta sulla violenza di genere che vivono le collaboratrici domestiche migranti in Spagna (in inglese e in spagnolo).
Un estratto da un articolo di El País che si intitola “Mujeres que nos limpiaron el camino” (un gioco di parole con l’espressione abrir el camino, aprire la strada, che diventa limpiar el camino, ‘pulire’ la strada):
Allo stesso modo, anche mia madre, la sua migliore amica e le loro amiche hanno pulito. Sono stati i loro primi lavori, sempre precari, che hanno conciliato con l’educazione dei figli. Mentre loro, diligenti, si impegnavano a pulire i pavimenti degli altri, noi bambini giocavamo in giardini con piscina. Hanno trovato un modo per guadagnarsi da vivere e un modo per stare al mondo: non c’era casa più lucida di quella di mia nonna, di quella delle sue sorelle e di quella di tutte le sue figlie. Loro, con le loro scope, i loro moci e i loro stracci per la polvere, ci hanno pulito la strada. L’evoluzione di tutto ciò è stata ben descritta da Anna Pacheco: in cambio, a noi, loro discendenti, hanno chiesto di essere intelligenti, belle, pulite... E, soprattutto, indipendenti.
Il libro a cui fa riferimento, inedito in Italia è, Listas, guapas, limpias, del 2019.
Sul passato coloniale portoghese, due newsletter dall’archivio di Ibérica:
Sullo stesso tema, puoi anche recuperare le registrazioni del corso Lisbona Rivisitata, in particolare la terza e la quarta, dedicate ai romanzi di António Lobo Antunes, Bruno Vieira Amaral e Dulce Maria Cardoso:
Infine, tornando alla violenza di genere, è uscita oggi l’inchiesta a cui ho lavorato insieme a Stefania Prandi, Francesca Candioli e Alessia Bisini sulle molestie sessuali e le discriminazioni di genere nelle redazioni italiane. La puoi leggere su IrpiMedia qui.
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La Spagna ha negato all’esercito statunitense l’uso delle basi militari presenti sul suo territorio (a Rota e Morón, entrambe in Andalusia) per attaccare l’Iran. Più in generale, il primo ministro Pedro Sánchez ha criticato la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele in Iran, suscitando l’ira del presidente Donald Trump, che ha minacciato la Spagna con pesanti ritorsioni a livello economico. Sul tema segnalo questo pezzo di Pierre Haski, tradotto da Internazionale, che si apre con una domanda interessante:
Esiste un modello spagnolo di opposizione a Donald Trump? Oppure il contesto spagnolo rende la posizione di Madrid impossibile da esportare?
Il Portogallo ha dato invece il via libera all’esercito statunitense per usare, in caso di necessità, la base militare di Lajes, nelle isole Azzorre.
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All’ultima edizione dei Goya, gli Oscar spagnoli, le donne hanno vinto il 50% dei premi più importanti. Tra i film più premiati: Sirat (che sconsiglio, ma possiamo parlarne nei commenti), Los domingos (consigliatissimo) e Sorda (idem). Della cerimonia ha parlato anche Alice Orrù nell’ultimo numero della sua newsletter. Qui i trailer:
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Roberta







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