Sole, mare e occupazione
Il piano di Trump per trasformare la Striscia di Gaza nella “Riviera del Medio Oriente” è già realtà nel Sahara Occidentale, ex colonia spagnola occupata dal Marocco
Ciao!
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Nelle puntate precedenti: il progetto sulla diaspora iberica in Francia che ho realizzato con Daniel Peyronel di burrosalato (parte uno e parte due).
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Iniziamo!
Sole, mare e occupazione
“Spiaggia, sole, prezzi bassi e voli low-cost.
Un paradiso per nascondere un massacro e un’occupazione.
Non è solo il folle piano di Trump per Gaza. Succede già in altri luoghi”.
Inizia così una delle puntate del podcast quotidiano del giornale spagnolo elDiario.es.
Il riferimento è al video che il presidente statunitense ha pubblicato a febbraio, quello in cui la Striscia di Gaza, sotto il controllo degli Stati Uniti, diventa una sorta di “Riviera del Medio Oriente”.
Un luogo dove la memoria del genocidio in corso non esiste più e al suo posto ci sono grattacieli, discoteche e resort.
A Dakhla, una città che si trova nei territori del Sahara Occidentale occupati dal Marocco, tutto questo è già realtà.
“Esistono piccoli territori che a causa della loro posizione geostrategica (...) acquisiscono un’importanza superiore a quella a cui sembravano essere destinati per le loro dimensioni o per il numero dei loro abitanti. In questo senso, il Sahara Occidentale è stato costretto a diventare la moneta di scambio nelle relazioni tra Spagna e Marocco”, ha dichiarato in un’intervista la giornalista e ricercatrice Laura Casielles, autrice del libro Arena en los ojos.
Il Sahara Occidentale è una regione del Nordafrica che confina con Marocco, Algeria e Mauritania: si affaccia sull’Oceano Atlantico e la sua parte più settentrionale si trova di fronte all’arcipelago delle Canarie.
La Spagna inizia a conquistare i primi territori nel Quattrocento (per poi perderli poco dopo), ma è solo a fine Ottocento che prima invade questi territori e poi li rivendica di fronte alle altre potenze europee durante la Conferenza di Berlino del 1885.
Nel 1955, la Spagna, ancora governata dal dittatore Francisco Franco, entra a far parte delle Nazioni Unite (ONU). Cinque anni dopo, l’ONU vota una risoluzione che riconosce il diritto all'indipendenza per le popolazioni dei paesi colonizzati, tra i quali anche il popolo saharawi.
Il regime aveva già provato a trovare una scappatoia dichiarando il Sahara “la 53esima provincia spagnola”, ma l’ONU inserisce comunque il Sahara Occidentale nella sua lista dei territori non autonomi e negli anni Settanta invita la Spagna a realizzare nella provincia un referendum di autodeterminazione.
Nel frattempo, il popolo saharawi inizia a pianificare la sua decolonizzazione con la fondazione, nel 1973, del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro (conosciuto come Frente Polisario), attivo ancora oggi.
Poi, con la morte di Franco, tutto si complica.
La Spagna aveva infatti acconsentito a celebrare il referendum di autodeterminazione del popolo saharawi nel 1975.
Nello stesso anno, la salute del dittatore peggiora, fino a portare alla sua morte. E il suo erede, il re Juan Carlos I, non ha nessuna intenzione di iniziare il suo periodo alla guida del Paese dando il via a una guerra coloniale con il Marocco, che da anni aveva lo sguardo puntato sul Sahara Occidentale.
Nell’autunno del 1975, il Marocco invade il Sahara Occidentale (è il momento della famosa “marcia verde”) e i soldati spagnoli non muovono un dito. L’anno successivo, la Spagna abbandona la regione, che resta sotto il dominio militare marocchino.
Inizia così il lungo esodo dei saharawi: la maggior parte della popolazione abbandona le città per rifugiarsi nel deserto, dove il Marocco la bombarda con napalm e fosforo bianco.
La guerra tra il Frente Polisario e il Marocco dura dal 1976 fino al 1991, quando si arriva a un accordo per realizzare finalmente il referendum che la popolazione attende dagli anni Settanta.
Quel momento ancora non è arrivato e ancora oggi, cinquant’anni dopo, il popolo saharawi vive sotto l’occupazione marocchina o in alcuni campi profughi in Algeria.

“Il Marocco ha applicato tre strategie. La prima è stata l’occupazione militare. Poi ha promosso una politica demografica, con l’obiettivo di aumentare il numero di coloni nel territorio per provare a far diventare i saharawi cittadini di serie B. La terza è il turismo, che si sta sviluppando proprio adesso”, ha raccontato Salamu Hamudi, membro della delegazione del Fronte Polisario in Spagna al giornalista Asier Aldea.
Lo scorso marzo, infatti, Aldea è stato a Dakhla, una delle principali città del Sahara Occidentale, fingendosi turista, per poi essere espulso dal governo marocchino.
Questo territorio è diventato, infatti, un buco nero informativo: dal 2014 a oggi sono stati espulsi circa 350 osservatori internazionali e giornalisti.
Non solo: “i manifestanti vengono fermati, le case degli attivisti e dei prigionieri politici vengono sorvegliate e le loro famiglie soffrono una repressione costante”, ha detto al giornalista Babouzeid Labbihi, ex presidente del Collettivo dei difensori dei diritti umani del Sahara Occidentale.
Prima di essere stato obbligato a lasciare la regione, Aldea è riuscito a raccontare quello che sta diventando Dakhla, ovvero un paradiso per turisti senza memoria.
Tante delle persone che avevano preso il suo stesso volo Ryanair non avevano idea di dove stessero andando: la rotta Madrid-Dakhla è stata inaugurata a inizio anno e ogni viaggio costa poche decine di euro.
Una volta atterrati, la percezione è quella di essere in Marocco: bandiere ovunque, mappe dove i confini tra Marocco e Sahara Occidentale non esistono e strade intitolate ai re marocchini.
Allo stesso tempo, ai saharawi che vivono in città vengono negati il diritto all’istruzione e alla salute: una studentessa, Enna Mohamed Salek Hbib, ha raccontato al giornalista di aver perso la sua borsa di studio universitaria per il suo attivismo. Altri cittadini, come Lahbib Ahmed Aghrishi, vengono fatti sparire: sono tre anni che la famiglia non ha sue notizie.

“Dal momento che [la Spagna] ha riconosciuto lo Stato palestinese, l’unica cosa coerente da fare sarebbe riconoscere anche lo Stato saharawi”, ha commentato Casielles.
A maggio dello scorso anno, infatti, il governo di Pedro Sánchez ha riconosciuto lo Stato palestinese (nello stesso giorno, l’hanno fatto anche Norvegia e Islanda: più in generale, la Spagna è uno dei Paesi europei più solidali con i palestinesi, come ha spiegato Il Post qui).
Ma questa è solo una delle grandi contraddizioni che caratterizzano i rapporti tra la Spagna e il Sahara Occidentale.
Per anni, la Spagna ha sostenuto il diritto all’autodeterminazione della popolazione saharawi (che è la stessa posizione delle Nazioni Unite), al punto che nel 2021 il governo ha autorizzato il trasferimento del leader del Frente Polisario, Brahim Gali, in Spagna, per motivi sanitari.
In risposta, lo stesso anno, il Marocco ha chiuso un occhio sui controlli di frontiera con Ceuta (città autonoma spagnola che si trova nel Nord del Marocco), permettendo il passaggio di più di 6mila migranti.
La pressione del Marocco sui confini con la Spagna ha spinto quindi Sánchez nel 2022 a siglare un nuovo patto con il re Mohamed VI e a cambiare posizione sulla questione dei saharawi: addio referendum, benvenuta trasformazione del Sahara Occidentale in una “regione autonoma” dello Stato marocchino (governata dal re, ma con spazio di manovra su un pugno di questioni amministrative).
(Nel 2023, Israele è diventato il secondo Paese a riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara occidentale: i primi sono stati gli Stati Uniti nel 2020).

L’anno scorso, il partito socialista spagnolo, guidato da Sánchez, ha anche negato il suo appoggio a una proposta di legge che prevede la concessione della nazionalità spagnola ai saharawi nati prima del 1976 e la diminuzione del periodo di residenza in Spagna necessario per ottenere la nazionalità da dieci a due anni. Al momento, la proposta è in dibattito in parlamento.
“C’è una frase che ripetiamo spesso nei campi”, ha affermato la giornalista saharawi Ebbaba Hameida, cresciuta in un campo profughi saharawi in Algeria (e che ha anche trascorso un periodo della sua infanzia in una famiglia di accoglienza italiana).
“Non vogliamo che la Spagna sia parte della soluzione, ma neanche che sia parte del problema”.
Per approfondire:
Sul turismo al confine con la Striscia di Gaza ti consiglio il podcast di Michela Chimenti, Re:Tour - Ritornare a vivere a un passo da Gaza. Su quello in Cisgiordania, dove sono coinvolti anche Booking e Airbnb, puoi leggere questo pezzo del Guardian.
Un utile documentario in due parti sulla storia del popolo saharawi (gratis, audio e sottotitoli in spagnolo).
Questa antologia di letteratura amazigh (che noi spesso conosciamo come “berbera” – l’ho scoperta qui su Substack grazie a questo numero di Paltò).
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Roberta





Grazie per aver parlato di una situazione troppo poco nota, e grazie per la menzione ;)
Che storia terribile e poco conosciuta, grazie per averla raccontata!