Il diritto a sedersi
A Lisbona, un collettivo rivendica il diritto della popolazione allo spazio pubblico posizionando panchine fatte a mano e vecchie sedie alle fermate del bus e nelle piazze
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Nelle puntate precedenti: quando Barcellona è rimasta un mese senza elettricità e uno dei luoghi più significativi della brutalità del regime di Salazar in Portogallo, il campo di concentramento di Tarrafal.
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In questa: la storia di una panchina e di qualche sedia, che è un pezzo della storia del diritto delle persone che vivono a Lisbona ad abitare la loro città. Ora mi spiego meglio.
Iniziamo!
Il diritto a sedersi
La mattina dopo, la panchina non c’era più.
La fermata del bus era tornata come prima: la pensilina che a malapena ripara dal sole e uno sgabello al posto della panchina di legno che, come per magia, era apparsa il giorno prima.
Gli autori di questa magia erano i membri di Infraestrutura Pública, un collettivo che lotta per il diritto all’utilizzo dello spazio pubblico a Lisbona. E la panchina in questione l’avevano costruita loro con l’aiuto di un falegname, a partire da scarti di legno, per una delle nuove fermate del bus della città.
Dal 2023, infatti, la concessionaria di pubblicità JCDecaux ha iniziato a modificare alcune delle pensiline della città: addio panchine, benvenuti sgabelli alti e inclinati. Dove, però, sedersi è scomodo e difficile.
“Trenta delle persone che ho visto stamattina avevano un bastone o una stampella. Questa panchina serve alle persone che fanno fatica a muoversi, che devono andare dal medico, che non riescono a stare in piedi per più di cinque minuti”, ha spiegato al giornale Mensagem Marta Sternberg, membro del collettivo.
La panchina, però, ha avuto vita breve: qualcuno, nella notte, l’ha portata via.
Ma il collettivo non si è dato per vinto. Ed è grazie a loro che oggi a Lisbona il diritto a sedersi è una cosa seria.

“Nel 2024 avrei voluto combattere per avere panchine più grandi. Invece, siamo qui a difendere panchine in cui ci stanno due persone. È tragico. Questa è architettura ostile. O almeno, è architettura che non pensa alla vita quotidiana delle persone”, ha spiegato Sternberg.
Ma l’apparizione della panchina, avvenuta a fine 2024, non è stata la prima azione del collettivo, che rivendica l’accesso pubblico a bagni, panchine e fontanelle.
A fine 2023, Infraestrutura Pública aveva restituito alle persone che vivono vicino a Praça Paiva Couceiro la piazza che avevano fino a solo tre anni prima. Ovvero, un luogo di incontro e di pausa nel quale si contavano più di 48 sedie.
Come misura di prevenzione, nel 2020 le autorità avevano deciso di rimuoverle tutte. “Il giorno dopo, le persone anziane si misero a giocare a carte appoggiati sui cestini della spazzatura, esponendosi ancora di più al rischio di contagio”, ha raccontato il ricercatore António Brito Guterres su Instagram.
Nei tre anni successivi, il Comune riposizionò solo 16 delle 48 sedie in Praça Paiva Couceiro.
Finché un giorno, il collettivo riuscì a raccogliere abbastanza sedie - per strada, nella spazzatura o donate per solidarietà - per far tornare la piazza come prima.
Unica novità: un enorme cartellone con su scritto “per il diritto a sedersi”.
Anche questa volta, però, il gioco durò poco: poche ore dopo arrivò la polizia e rimosse le sedie, sistemate senza autorizzazione.
“Abbiamo il diritto di sederci. Di sederci in spazi che non sono destinati al consumo. Vogliamo sederci e parlare, riposare, giocare, mangiare, leggere. Usiamo lo spazio pubblico come luogo di passaggio, quando invece è anche un luogo in cui stare. La città è progettata per massimizzare il reddito e la mobilità. Una panchina può cambiare questa situazione. Le panchine pubbliche sono un oggetto strutturale per la città. Mantengono in vita le comunità”,
hanno rivendicato i membri del collettivo il giorno dopo in un post su Instagram.

La scomparsa dello spazio pubblico, però, non è una prerogativa di Lisbona. E non colpisce neanche tutta la popolazione cittadina allo stesso modo.
In un’intervista, la ricercatrice portoghese Rita Castelo Branco ha sottolineato il caso di chi, nel camminare, “riesce ad avere una certa autonomia, ma ha bisogno di un punto di appoggio. Se questi punti non esistono, è un po' come attraversare un deserto”.
Un deserto di cui non conosciamo le misure, dato che il Comune di Lisbona non ha dati sul numero esatto di panchine che esistono in città.
“Sapere che non ci sono panchine lungo il percorso può essere sufficiente perché una persona perda l'autonomia e smetta di fare quel percorso. È la differenza tra uscire di casa e non uscire di casa”, ha aggiunto Castelo Branco.

“Avremmo voluto mettere una panchina così in ognuna delle nuove fermate. Purtroppo non abbiamo né soldi, né tempo per costruirne a decine”, ha spiegato Sternberg a fine 2024, prima che la loro creazione venisse rimossa nella notte.
A inizio gennaio, però, il collettivo è tornato all’azione, posizionando una fila di sedie in ognuna delle fermate della via Fontes Pereira de Melo (inclusa quella dove a fine 2024 era apparsa la famosa panchina).
Le sedie sono state rimosse dopo poche ore dai dipendenti della concessionaria JCDecaux.
Gli stessi che, durante la notte del 25 gennaio, hanno sostituito gli sgabelli con nuove panchine. Questa volta, in acciaio, realizzate dalla stessa concessionaria.

“Continueremo ad agire finché ci ridaranno quello che abbiamo sempre avuto: una panchina per sederci e aspettare l'autobus”, ha commentato Sternberg, riferendosi al resto delle fermate di Lisbona.
Per approfondire:
Se ti interessa il tema, ti consiglio queste due newsletter scritte da Donata Columbro: Che città abbiamo progettato per bambini e bambine?, parte uno e parte due.
Ma anche, il libro La città femminista della professoressa in geografia Leslie Kern, di cui riporto qui un passaggio fondamentale:
“La pianificazione urbana parte sempre da una serie di ipotesi sull'abitante urbano “tipico”: i suoi spostamenti quotidiani, i suoi progetti, i suoi bisogni, i suoi desideri e i suoi valori. E che sorpresa: questo abitante è un uomo. È un marito, un padre e un capofamiglia; è abile, eterosessuale, bianco e cisgender”.
(traduzione mia dalla versione in spagnolo: in italiano il libro è uscito per Il Saggiatore).
Sul rapporto tra donne, città e sicurezza, di cui Kern parla molto del libro, ti consiglio questo articolo del Post.
Tornando alle panchine: l’unica mappa sulle panchine in Italia che ho trovato è questa qui, ma i dati sono del 2016 (se ne trovi una più recente, fammi sapere!).
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In Spagna, il blackout ha riacceso il dibattito sull’energia: il governo Sánchez ha difeso gli investimenti nelle rinnovabili e sfidato le grandi aziende energetiche a presentare piani per posticipare la chiusura delle centrali nucleari, prevista a partire dal 2027. Un’occasione utile anche per deviare l’attenzione dal braccio di ferro parlamentare sulle spese militari. Intanto, dall’inizio della guerra a Gaza la Spagna ha importato da Israele oltre 15 milioni di euro in armi e munizioni, e altri 21,6 milioni in veicoli blindati.
In Portogallo, invece, tre uomini hanno approfittato del blackout per rapinare una filiale del Banco EuroBic a Maceira: 71mila euro, recuperati il giorno dopo dalle autorità.
Novità dal caso Spinumviva, lo scandalo che ha portato il Portogallo al voto anticipato, che si terrà il prossimo 18 maggio: cinque delle otto aziende clienti di Spinumviva hanno incassato oltre 100 milioni di euro in contratti pubblici dall’aprile 2023. Nel frattempo, AD, il partito del premier Luís Montenegro, protagonista dello scandalo, resta in vantaggio di 7 punti sui socialisti guidati da Pedro Nuno Santos, secondo un sondaggio di Politico. Nessuno dei due candidati ha dichiarato che si dimetterà in caso di sconfitta.
In Spagna, una nuova direttiva del ministero della Giustizia vieta l’iscrizione all’anagrafe dei bambini nati all’estero tramite la gestazione per altri, pratica vietata nel Paese dal 2006. I genitori dovranno ora dimostrare il legame biologico con il neonato o avviare un processo di adozione.
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“Abbiamo il diritto di sederci. Di sederci in spazi che non sono destinati al consumo. Vogliamo sederci e parlare, riposare, giocare, mangiare, leggere. Usiamo lo spazio pubblico come luogo di passaggio, quando invece è anche un luogo in cui stare.” Che meraviglia questa dichiarazione! Qui negli Stati Uniti la panchina pubblica — come tanto del “pubblico” in senso lato — è un concetto praticamente inesistente. È impossibile trovare un posto dove sedersi a fare due chiacchiere che non richieda l’acquisto di qualcosa. Ho sempre pensato all’aspetto socioculturale di questa differenza (in Italia magari non ci sono così tante panchine pubbliche, ma sicuramente di più), ma non avevo mai inquadrato la questione in maniera così profonda e articolata. Grazie per averci fatto conoscere questo collettivo e la realtà in cui si colloca.
Ci sono pochissimi “terzi luoghi” in Portogallo, e specialmente a Lisbona. Manca la cultura dell’associazionismo, del centro sociale - presentissimo invece in certe comunità di stranieri residenti che usano gli spazi pubblici per riunirsi (pachistani in Martin Moniz, centroafricani in Largo Sao Domingo’s) con piccoli banchetti informali, cibo, musica, chiacchiere e sport.
I ricchi non prendono i mezzi pubblici (solo il metro, ci sono persone che non sono nemmeno mai salite su un autobus) che sono un po’ come a Roma, random.
JCDecaux ha letteralmente infestato la città con pannelli luminosi che distraggono - a mio parere.
La storia delle panchina è una disgrazia pubblica, e la classe politica responsabile per questa svendita dello spazio pubblico e questo renderlo sempre più ostile.