Il campo della morte lenta
Per trent’anni, il regime di Salazar ha rinchiuso centinaia di oppositori politici in un campo di concentramento sull’isola di Santiago, a Capo Verde. Questa è la sua storia.
Ciao!
Questa è un’edizione speciale di Ibérica – Una finestra sull’altra penisola, la newsletter che una volta a settimana ti porta in Spagna e Portogallo senza prendere l’aereo.
Ogni anno, il 25 aprile dedico una newsletter al racconto della Rivoluzione dei garofani, un evento che più lo guardi da vicino, più sembra straordinario.
Una rivoluzione fatta da militari per il popolo, con pochissime vittime (quattro) e durante la quale potenzialmente tutto poteva andare storto.
Quest’anno vorrei fare uno strappo alla regola, però, e parlarti di da cosa si è liberata la popolazione portoghese il 25 aprile 1974.
E lo faccio raccontando uno dei luoghi più significativi della brutalità del regime di Salazar: il campo di concentramento di Tarrafal.
Iniziamo!
Il campo della morte lenta
Nel 1961, a Lisbona, passare davanti al numero 22 di Rua António Maria Cardoso fa venire la pelle d’oca a molte persone.
Cinquant’anni fa, quello che oggi è un condominio di lusso e un negozio di interior design era la sede della polizia del regime, la PIDE (Polícia Internacional de Defesa do Estado).
Fa venire la pelle d’oca a molte persone, ma non al ventiseienne José Vieira Mateus da Graça. Nato in Portogallo ma cresciuto in Angola, da due anni milita nel Movimento popolare di liberazione nazionale angolano.
È già stato arrestato dalla PIDE, ma quel giorno di novembre del 1961 mentre scende lungo Rua António Maria Cardoso non ci pensa
Ha appena salutato la compagna Linda e il figlio di quattro mesi per andare a recuperare un visto per l’Inghilterra, dove vuole andare a studiare.
Le cose non vanno come previsto: viene arrestato e condannato a 14 anni di prigione.
Trascorre tre anni nelle prigioni angolane e altri nove in un posto ben peggiore: Tarrafal, soprannominato il “campo della morte lenta”.

José Vieira Mateus da Graça, più conosciuto come Luandino Vieira, il suo pseudonimo letterario, è uno dei circa 300 prigionieri politici che il regime di Salazar rinchiude in un campo di concentramento a Santiago, l’isola più grande dell’arcipelago di Capo Verde.
Come racconta Roberto Francavilla, professore di Letteratura portoghese e brasiliana all’Università di Genova, critico letterario e traduttore, in questo articolo:
Capo Verde, di per sé, costituiva il luogo simbolo dell’isolamento geografico, dell’abbandono, della povertà endemica, del fallimento del colonialismo paternalista che aveva eletto le isole a frutto dell’incontro “luso-tropicalista” (secondo una nota dottrina elaborata a partire dalle teorizzazioni del sociologo brasiliano Gilberto Freyre che la propaganda di Salazar aveva riscritto, con enorme fortuna, adattandola in maniera programmatica alla catechesi coloniale lusitana), salvo poi abbandonarle al proprio tragico destino, minate da siccità endemica, da cicliche carestie e da una massiccia emigrazione intesa come unica possibilità di sopravvivenza.
È qui che il vecchio avvoltoio (ovvero il dittatore Salazar, nel soprannome che gli ha dato la poeta portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen) obbliga i primi 150 oppositori politici a costruire il campo di prigionia nel 1936.
Fino al 1954, infatti, Tarrafal è il luogo dove vengono rinchiusi membri del Partito comunista portoghese e persone che simpatizzano con la popolazione repubblicana spagnola che si oppone all’ascesa di un altro dittatore iberico, Francisco Franco.
“L'obiettivo non era ucciderli, ma neutralizzarli, rinchiuderli il più lontano possibile e lasciarli morire”, ha spiegato alla BBC la storica Isabel Flunser Pimentel.
La morte lenta arriva in vari modi: dalla malnutrizione (potevano mangiare un pugno di riso per settimane), dalla mancanza di assistenza medica, dai maltrattamenti delle guardie, dal clima (torrido di giorno, freddo di notte) e soprattutto dalle malattie, sia fisiche che mentali.
La frigideira (la friggitrice) era la punizione suprema, somma di tutte queste punizioni quotidiane: una camera di isolamento larga sei metri e alta tre, esposta al sole, dove venivano rinchiuse anche decine di persone.
“Non potete immaginare com’era, la frigideira. La temperatura interna raggiungeva quasi i 50 gradi. Di notte c'era condensa e l'umidità gocciolava sui muri e noi la leccavamo via” ha raccontato uno degli ex prigionieri, Edmundo Pedro, che è arrivato a trascorrere 70 giorni lì dentro dopo aver tentato la fuga.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Alleati costringono Salazar a chiudere il campo di prigionia. Ma già nel 1961, con l’inizio della guerra tra il Portogallo e le sue colonie ribelli (Guinea, Angola e Mozambico), Tarrafal riapre.
Nel 1964 si trova qui anche Luandino Vieira, che descrive le sue giornate in vari quaderni che formeranno un volume di oltre mille pagine, chiamato Papéis da prisão (“Carte della prigione”).
Durante la prigionia, Vieira cerca risposte a una domanda: “che cosa si può fare solo con le parole?”.
E trova risposte negli altri prigionieri, come Makutu, filosofo analfabeta citato in una nota del 1967: “ci sono le cose che esistono, ci sono le cose che non esistono e ci sono le cose che esistono e non esistono: come nelle storie”.
O come António Jacinto, poeta angolano rinchiuso a Tarrafal, del quale Vieira ricorda una frase piena di speranza: “le sbarre non trattengono le stelle”.
O come Uanhenga Xitu, suo compagno di cella, che non aveva mai scritto nulla prima di entrare in carcere e che si trasforma nell’autore di un classico della letteratura angolana, Mestre Tamoda.
Come Xitu, tanti altri prigionieri analfabeti durante la detenzione imparano a leggere e scrivere grazie agli insegnamenti dei compagni più istruiti. Grazie agli sforzi dei detenuti, Tarrafal diventa un laboratorio di scrittura e politica.
E trova risposte anche in sé stesso. È qui infatti che Vieira scrive la raccolta di racconti Luuanda: un’opera talmente potente da vincere nel 1965 il Gran premio per la narrativa assegnato dalla Società Portoghese degli Scrittori.
Il regime ci mette qualche giorno a capire chi sia, questo Vieira. E quando capisce che si tratta di un oppositore politico rinchiuso a Tarrafal, scoppia uno scandalo.
Come ha raccontato la grande studiosa di letteratura lusofona Luciana Stegagno Picchio su Repubblica nel 1990:
Fu il principio della fine. Il dittatore sembrò perdere la testa e sciolse personalmente la Società degli Autori. Il paese parve dividersi, ma l’opposizione, massiccia già dal 1961, quando il potere coloniale aveva cominciato a vacillare (l’Africa era entrata in guerriglia e l’India di Nehru aveva occupato Goa), uscì rafforzata dall’episodio, tanto all’interno quanto sul piano internazionale.
(Luandino Vieira vince anche Premio internazionale Enrico Mattei, istituito dall'ENI, nel 1987. Luuanda esce in Italia per Feltrinelli nel 1990 e oggi è introvabile, se non usato su Vinted a cifre folli).

Nel 1974, la Rivoluzione dei garofani arriva anche a Tarrafal, ma a scoppio ritardato.
Solo il primo maggio, a sei giorni dalla caduta del regime, una folla si accalca davanti al campo per chiedere la liberazione dei prigionieri. Pochi minuti dopo, tutti vengono liberati e si uniscono ai festeggiamenti.
Dal 1936 al 1974, in totale a Tarrafal muoiono una trentina di persone (alcune fonti dicono 32, altre 37).
Dalla sua chiusura definitiva come campo di concentramento, Tarrafal è stato tante cose: prima, una base di raccolta e reclutamento militare per il nuovo esercito del Capo Verde indipendente, poi una scuola elementare.
Nel Duemila è stato trasformato nel Museo nazionale della Resistenza, secondo un progetto del Ministero della cultura capoverdiano.
Nel 2020, il nuovo ministro della cultura ha annunciato la candidatura di Tarrafal a patrimonio UNESCO, con l’idea di trasformarlo in un “campo internazionale di dialogo per la pace”.
“La cosa più importante non è stata che abbiano provato a ucciderci lentamente”, ha detto Jaime Schofield, imprigionato a Tarrafal nel 1967, nel documentario Memórias do Campo da Morte Lenta.
“La cosa più importante è il nostro rifiuto di questa morte lenta. A Tarrafal abbiamo reinventato la vita”.
Per approfondire:
Nel 1949, a Tarrafal, successe una cosa straordinaria: i genitori di uno dei prigionieri, Guilherme da Costa Carvalho, riuscirono a ottenere il permesso per visitare il figlio. Non solo: furono anche autorizzati a portare una macchina fotografica con loro. Settantacinque anni dopo, nel 2024, il loro pronipote, ha ritrovato le fotografie che avevano scattato e raccolte nel volume Tarrafal (disponibile in inglese e in portoghese). Ne trovi alcune in questa newsletter (sono quelle firmate da João Pina) e altre in questo articolo;
A trentacinque anni dalla chiusura del campo, nel 2009, alcuni dei sopravvissuti si sono ritrovati a Tarrafal. La giornalista Diana Andringa ha ricostruito le loro storie nel documentario Memórias do Campo da Morte Lenta, disponibile qui (gratis, in portoghese, senza sottotitoli).
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Sul 25 aprile 1974:
Gli ultimi due speciali di Ibérica sul tema:
Valentina Stella , scrittrice e tour leader, l’anno scorso ha scritto nella sua newsletter un bellissimo racconto, sia personale che storico, del 25 aprile 1974 che ti consiglio di recuperare qui;
Leggendo Abril es un país, il libro dedicato alla Rivoluzione dei garofani che ha scritto Tereixa Constenla, corrispondente dal Portogallo per El País, ho scoperto che il 25 aprile 1974 la popolazione portoghese per strada cantava Ay Carmela, uno degli inni dei repubblicani durante la guerra civile spagnola, ma anche Bella ciao (!). Per questo, ho aggiornato la playlist che avevo fatto l’anno scorso intitolata “Canzoni d’aprile”: la trovi qui:
È tutto per oggi!
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Roberta






Sono tante le cose che non so. Adesso ho scoperto, leggendoti, questa storia. Emblematica. Ti ringrazio per averla scritta. Sono sempre stupita quando leggo del coraggio e della resistenza di fronte alla brutalità, è la volontà di non farsi schiacciare. Grazie Roberta.
Grazie